Il rito e la sua corretta esecuzione sono la ragion d’essere del nostro sodalizio

Pannello dell'Ara Pacis con il sacrificio di Enea
Pannello dell’Ara Pacis con il sacrificio di Enea

La candida veste di lino sulla pelle. Profumo d’incenso mentre la sacra fiamma arde sul larario. Potenti formule d’invocazione su un’antica melodia. Consapevole dell’unicità di questo preciso momento e della sua eternità, sento la presenza del divino. Un brivido mi percorre la schiena.

Chi ha avuto la fortuna di partecipare a un buon rito potrebbe aver percepito una sensazione come quella appena descritta e aver intuito non solo la sublime presenza del sacro e del trascendente, ma anche il provvidenziale favore della divinità invocata, o forse il profondo timore suscitato dalla consapevolezza di essere al Suo cospetto. Considerando come tale vissuto di intenso e unico carattere mistico non sia indotto in maniera altrettanto efficace da nessun’altra forma di attività sociale o intellettuale, si manifesta l’importanza imprescindibile nel politeismo moderno della sfera rituale, senza la quale il politeismo si ridurrebbe a un esercizio culturale o a una simpatica attività sociale.

In altre parole, la nostra ragione d’essere un movimento che si prefigge di vivere la religio romana non risiede nella pagina web, negli articoli più o meno saggi che scriviamo, nei grandi eventi conviviali, nelle foto che pubblichiamo, né nel nostro essere un’associazione o una fraternità. Il nostro nucleo è il rito e la sua corretta esecuzione, ossia l’ortoprassia. Da qui ne consegue tutto il resto, come dolci frutti da un antico albero generoso di profonde radici. Considerata quindi l’importanza del rito, questo breve articolo si prefigge di esporre una riflessione non su un singolo rituale ma sul ritualismo inteso come mezzo di approccio al divino.

Non conosciamo le fonti alle quali i nostri antenati attinsero quando consolidarono la tradizione. Presupponiamo che essi avessero a disposizione testi ormai scomparsi, antiche tradizioni orali e potessero usufruire di un’esperienza diretta del divino grazie ad un ambiente favorevole che facilitava l’accesso ad auguri, sibille  e aruspici, i quali a loro volta avevano alle spalle una solida millenaria norma. I nostri antenati quindi svilupparono e consolidarono un paradigma di miti, racconti e rituali che noi oggi intendiamo come la tradizione, dal latino trādĕre, che significa “consegnare”.

Come difensori della tradizione, ci piace seguire il solco segnato dai nostri avi, affidandoci alla loro esperta comprensione del divino, e a fare da tramite per le generazioni future, nella consegna di questa antica sapienza. Il rituale ne è la parte fondamentale, in quanto offre l’accesso all’esperienza diretta del divino, al di là di ogni formulazione teorica, filosofica o puramente narrativa.

Anche se esistono forme religiose spontanee non basate su rituali e anche se, considerata l’infinita potenza del divino, nessuno può sostenere che la teofania sia limitata solo all’ambito ritualista, tuttavia la spontaneità, non essendo codificabile, non è trasferibile tra generazioni attraverso una tradizione. La spontaneità quindi non è atta a sostituire la ritualità, ma ne può essere un complemento:  chi ha una conoscenza rituale può cogliere più facilmente segni e intuizioni nell’ambito di un’interazione spontanea con il divino.

Un rituale, oltre ad avere la caratteristica di essere codificabile e trasferibile attraverso le generazioni, genera una forte connessione tra coloro che lo svolgono. Il legame che si forma durante l’esecuzione di un rito ben fatto può essere molto intenso e duraturo. La sua potenza può anche manifestarsi a distanza, quando viene svolto simultaneamente in luoghi diversi. Il rituale dunque, oltre ad essere il fulcro della tradizione, ha una funzione di rafforzamento e consolidamento delle associazioni e dei movimenti religiosi politeisti, che appunto non sono fondati su un credo o su un’azione sociale, ma sull’ortoprassia.

Quanto scritto finora è un’argomentazione sulle ragioni per cui nei movimenti politeisti che seguono la tradizione antica, il rituale sia una parte centrale e imprescindibile. Dopo aver trattato l’importanza del rituale nella tradizione, come mezzo fondamentale per l’esperienza diretta della sfera divina, come forza aggregante di una comunità e collante tra generazioni, consideriamone la giustificazione in un ambito più teorico, in relazione ai tempi moderni.

Oggi il ritualismo può incontrare molte resistenze nella società, a causa di decenni di destrutturazione, di lotta al formalismo, di esaltazione dell’improvvisazione contro ogni preparazione formale. Un processo che è nato come rivolta contro ciò che viene definito nozionismo ma che non ha saputo arrestarsi senza cadere nell’eccesso opposto. È la catastrofe culturale dei tempi moderni, rispecchiata per esempio da molte trasmissioni televisive, un tempo preparate e confezionate con cura, oggi rigorosamente in diretta, anche a rischio di mostrare il “brutto” purché vero. Spazzatura da reality show. Questa non è una filippica contro l’improvvisazione che, quando è creatività, può essere positiva. L’improvvisazione, quando alle spalle ha una solida conoscenza della materia, può essere arte. Il jazz, per esempio, non è uno stile musicale facile e la cosiddetta improvvisazione richiede anni di studio di teoria armonica. Qui si parla della mancanza di preparazione, improvvisazione senza studio, il mostro che si è riversato anche in politica a destra e a manca, con personaggi sempre meno preparati, sempre più ignoranti. È un dato di fatto: la modernità sembra premiare l’impreparazione e l’improvvisazione rispetto alla preparazione meticolosa e alla corretta esecuzione. Nel nostro caso la modernità, irridendo il nostro rigore, sembra chiederci: “Perché ripetere rituali come pappagalli invece di applicare una moderna spontaneità spirituale?”. Accogliamo la sfida, non tanto per controbattere una polemica immaginaria ma per fare chiarezza tra noi.

Un’argomentazione che non sia autoreferenziale e basata sulla tautologia di “seguire una tradizione perché si ama una tradizione”, può basarsi su due linee sviluppatesi in tempi ed ambienti completamente diversi, la prima classica e filosofica, la seconda moderna e di matrice psicologica. In fondo, l’efficacia della visione binoculare dipende dalla maggiore distanza dei punti di vista.

Mitreo di Duino (Trieste)
Mitreo di Duino (Trieste)

La religione politeista e i suoi rituali cominciarono ad attirare l’attenzione dei filosofi già nell’ambito del movimento filosofico oggi identificato come “medio platonismo”. Nel secondo secolo dell’era volgare il filosofo Numenio, recuperando la seconda navigazione di Platone e divinizzando l’Essere, il Nous e l’Universo, cominciò a formare una teologia politeista (vedasi articolo “Numenio di Apamea, l’anticipatore del neoplatonismo che Plotino amava citare”)[i]. Con Porfirio l’attenzione si mosse verso le pratiche magiche e con Giamblico si raggiunse una solida spiegazione con una fondamentale distinzione tra la magia rituale, definita bianca, e la goezìa o magia nera. La magia rituale, in contrapposizione con la goezìa, si prefigge l’elevazione del praticante verso gli Dèi, attraverso un lungo processo di purificazione interiore, attraverso l’esercizio delle virtù e mediante un’attenta e precisa celebrazione di riti. Al di là del nome “magia”, le finalità non sono affatto dissimili da quelle del rito privato, dove l’officiante attraverso la devozione rituale ricerca una maggiore affinità con il divino. Secondo il neoplatonismo, esiste un movimento generativo dall’Uno al Nous, dal Nous alla Psiche, da questa al mondo materiale, intriso a un processo partecipativo che religiosamente è percepito come provvidenza divina. Grazie alla quale, nel mondo materiale possiamo incontrare i simboli delle divinità ed utilizzarli in funzione anagogica, ossia al fine di ascendere al divino. Infatti, nell’ultimo passaggio metafisico nella catena delle emanazioni, la Psiche copia le idee eterne dal Nous modellandole nello spazio-tempo del mondo materiale. Il processo di partecipazione del mondo materiale alla Psiche è definito simpatia (συμπάθεια), nel senso di “affinità e partecipazione” ed è alla base della provvidenza. Le cose materiali quindi, grazie alla loro affinità, partecipano alla Psiche, ossia si fanno modellare in maniera simile alle idee del Nous. Queste, avendo ancora un certo grado di unità essendo interconnesse l’una con l’altra, donano consistenza alle cose del mondo materiale, che in questa maniera non sono puramente caotiche ma riflettono temporaneamente un’interconnessione cosmica, un ordine metafisico. In questa comprensione della realtà, la funzione del rito è di permettere la risalita dalla sfera del mondo percettibile a livelli spirituali e noumenici, verso la divinità.

L’officiante, chiamato teurgo nella tradizione neoplatonica, ricerca l’ordine noumenico e lo impone sul mondo materiale. Innanzi tutto definisce il corretto ambito temporale (utilizzando quindi il calendario) e spaziale (tempio), creando una bolla di ordine nel quasi-caotico mondo percettibile. Il concetto di purezza altro non è che l’eliminazione delle scorie caotiche proprie dell’instabilità del percettibile nella ricerca dell’ordine noumenico. Da qui il senso estetico e la ricerca del bello e dell’ordine durante il rituale stesso. L’applicazione della geometria è appropriata per il rituale, sia nel tempo che nello spazio. Il calendario rispecchia infatti idealmente la geometria della meccanica celeste. Nel calendario romano i mesi strutturati in calende, none e idi, distribuiti nell’anno, sono legati alla complessa geometria della combinazione del moto apparente del sole e della luna. Il tempio, con le sue forme geometriche, idealmente rappresenta l’ordine dello spazio, con simboli più o meno complessi, a seconda della ricchezza dell’ambiente. L’orientamento del tempio rappresenta il legame con il moto degli astri e quindi la relazione tra spazio e tempo.

Durante un rituale, l’utilizzo esperto di oggetti materiali in maniera ordinata permette di sfruttare la partecipazione del mondo percettibile ai livelli superiori per agire direttamente a livello psichico (qui non inteso come psicologico, ma come Psiche). Le formule proferite dall’officiante, inoltre, non sono solo suoni, ma sono un atto performativo, sono azioni a tutti gli effetti. In altre parole, parlando si produce immediatamente un fatto. La potenza di questo tipo di parola era riconosciuta sin dagli antichi egizi come heka, parola fatta azione, magia. Si può percepire questa potenza della parola nel rituale latino, dove la natura sintetica del linguaggio amplifica l’effetto dirompente dell’atto performativo. Una semplice asserzione come “ITA EST” ha la forza e la materialità di un sigillo su quanto appena svolto. Se l’officiante esercita la virtù nella vita quotidiana e si presenta già ben disposto e alleggerito da inutili cure, ha la possibilità attraverso il rito di elevarsi verso livelli superiori di coscienza, avvicinando la propria psiche al nous cosmico e ritrovando l’unità interiore, che trascende le contraddizioni dell’esistenza percettibile, in uno stato di Pax Deorum Hominumque. Questa pace permane a lungo anche dopo il rituale, permettendo di guardare alle cose del mondo così come sono: temporanee e quasi-caotiche.

Se la metafisica neoplatonica offre un ottimo modello interpretativo sull’efficacia del rito, un altro punto di riflessione epistemologica è offerto dalla comprensione della realtà come spiegata dalla programmazione neuro linguistica (PNL), la quale, sebbene non abbia mai ottenuto un riconoscimento scientifico, offre uno schema di alcuni processi di comportamento basato sull’idea che sussista un legame tra gli schemi comportamentali acquisiti con l’esperienza, il linguaggio e le connessioni neurologiche. L’idea ha notevoli parallelismi con il processo gnoseologico della filosofia stoica (vedasi “La lezione dello stoicismo e la ‘variante’ medioplatonica di Marco Aurelio”[ii]).

Secondo la PNL, il primo passo della percezione del mondo avviene in primo luogo attraverso i cinque sensi: sappiamo che lo stoicismo afferma esattamente lo stesso in termini di aisthesis. Nel momento in cui percepiamo qualcosa come un’immagine, un suono, un odore, nella nostra anima si genera una rappresentazione (stoicismo: phantasia) che genera un’emozione involontaria immediata (stoicismo: synkatathesis). La nostra reazione all’emozione ci fa comportare in un certo modo, con il quale interagiamo con l’ambiente circostante, causando nuovi eventi che indurranno nuove percezioni, che genereranno nuove emozioni e così via. Noi esseri umani abbiamo la caratteristica di filtrare gli stimoli (cancellazione, distorsione, generalizzazione) per codificarli in un’esperienza. Sulla base dell’esperienza tendiamo a generare sequenze comportamentali che poi tendono a ripetersi. Ci abituiamo a sequenze di percezioni e tendiamo a reagire allo stesso modo con sequenze di comportamento.

Nell’ottica della PNL il rituale è una sequenza, un programma di percezioni, in quanto si definiscono in ordine fisso una serie di stimoli visivi (tempio, altare, luci), auditivi (formule, musiche), tattili (vesti, sandali), olfattivi (incenso), gustativi (offerte) che inducono a un particolare stato della mente, introspettivo, consapevole e calmo. Quando una persona partecipa periodicamente a un rituale, il suo stato d’animo viene “ancorato” (secondo la terminologia PNL) sempre più alla sequenza, per cui dopo aver partecipato un certo numero di volte ad un rituale, le sarà molto più facile raggiungere un certo stato mentale rispetto a una persona che partecipi per la prima volta a un rituale e tenti di raggiungere lo stesso stato. Anche se PNL non offre la visione oltre il mondo percettibile e non ha alcuna pretesa di essere una filosofia, può spiegare la convenienza dell’utilizzo dei rituali come mezzo per raggiungere facilmente uno stato mentale desiderato di apertura verso la percezione del divino: i rituali sono un vero e proprio programma per la nostra mente.

La conclusione di questa breve trattazione è che i rituali sono necessari e senza di loro non si può veramente parlare di religio. Personalmente, uno dei momenti più significativi nel mio percorso spirituale è stato di una semplicità disarmante e di una potenza trascendentale. I miei Fratres assieme al Pater mi hanno consegnato a mano il corpus dei rituali del movimento. È stato l’atto della “tradizione”, della trasmissione, un atto appunto, non un’opinione o una chiacchiera. Un passaggio da mano a mano, da mente a mente, da cuore a cuore.

Forte di questa grande fortuna, il mio pensiero si rivolge agli amici in Europa che seguono tradizioni senza fonti certe sui rituali. In mancanza di fonti sicure credo che sia sicuramente meglio stabilire rituali che siano il più possibili aderenti a quanto sarebbe potuto essere nel passato, ricostruendo feste, liturgie e persino termini usando lingue antiche, piuttosto che languire in un vano filosofeggiare e perdere un’occasione unica di percorrere una via verso il divino. La generazione e la manutenzione di un corpus è il collante della comunità e l’eredità che si potrà trasmettere alle generazioni future, da mano a mano, da mente a mente, da cuore a cuore. Perché il vero lavoro può cominciare solo di fronte all’altare, attraverso l’esperienza diretta durante un rituale ripetibile, per ricompattare la nostra anima ed elevarla con la tradizione all’eterna dimensione divina.

Mario Basile

 

[i] https://www.saturniatellus.com/2017/08/numenio-apamea-lanticipatore-del-neoplatonismo-plotino-amava-citare/)

 

[ii] https://www.saturniatellus.com/2017/07/la-lezione-dello-stoicismo-romano-la-variante-medioplatonica-marco-aurelio/